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domenica 1 gennaio 2012

BUON 2012

Buon 2012 con la poesia di amore e palù di Fabio Franzin


Amór tel paeù

I ièra ‘ndadhi a storneón un bel tòc

in mèdho a chii stradhóni, in zherca

de un posto bon, scont, pa’ inboscarse;

po’ i ‘vea ocià chea zhièsa alta in cao

al prà de pustòca; e là i se ‘vea quatà.

E ‘dèss – sfogà ‘l morbìn san dii só àni –

i ‘é restàdhi inpozhoeàdhi: ‘a machina

lustra inpiantàdha là ‘ndo’ che no‘é zhope,

‘ndo’ che no’ se ‘à mai fondà un vassór;

‘dèss le ‘é ròdhe che continua a giràr

a vòdho tel paciòt de chea credha fredha.

E lu ‘l bestéma. E ea ‘a pensa che le tardi

romài, che i sui, de sicuro, i ‘é su che i ‘a

spèta, e che l’à anca un cit de sbìgoea;

e chee ròdhe che no ‘e ghe ‘a fa far presa,

che no ‘e se spéta via dal caìvo, dal scuro.

(Come podhéi savér, lori, cussìta zóveni,

lori, vignudhi sù a tramezini e tiivisión

de èsser finidhi drento te un prà diverso

da chealtri - ‘ndo’ che i sèsti del só amór

i spuzhéa parfìn de profanazhión, squasi -,

un prà che no l’é pròpio un canp, ma che l’é

come ‘na fémena stèridha, o che nissun èpie

mai tocà, là sote; tèra che i vèci contadini

i ghe ciaméa “’ndar much”[1], parché no’

se pòl laoràrla e ‘lora i ghe ‘é sempre restàdhi

fòra co‘e só inpreste[2]. ‘Puro co’ tant rispèto).

E lori dó forse ‘dèss i ‘o maedhìsse chel paeù,

e lu intant el prova a rincuràr su un pòche

de rame e de fòjie stonfe da fracàr drento

a chee cariàdhe fresche, e ea, ‘ndandoghe

drio, ‘a baeghéa sora ‘l goldón che ‘l vea

butà fòra ‘pena prima de provàr a partìr

a chea strissa de sbòra che slusa un s.ciant,

‘ndo’ che mai òn ‘vea sparpagnà semenzha.

Amore nel palù

Avevano vagato per un bel po’ / fra quegli stradoni, alla ricerca / di un luogo adatto per appartarsi; / poi si erano accorti di quella siepe alta nel colmo / del prato incolto; e lì avevano dato il via alle carezze. // Ed ora – sfogata la sana lussuria della loro età - / sono rimasti impantanati: l’auto / lustra affondata in quel terreno liscio / ove mai penetrò aratro; / ora ci sono le ruote che girano / a vuoto nella mota di quella creta umida. // E lui bestemmia. E lei sta pensando che si è fatto tardi / ormai, che i suoi genitori saranno certamente in ansia / e che incomincia anche ad avvertire un po’ di paura; / e quelle ruote che continuano a non riuscire a far presa, / che non si staccano da quella nebbia, da quel buio. // (Come potevano sapere, loro, così giovani, / loro, cresciuti a tramezzini e televisione / di essere entrati in un prato diverso / dagli altri - dove i traffichi del sesso che avevano consumato / sapevano quasi di una profanazione -, / un prato che non è propriamente un campo, ma che è / come una femmina sterile o illibata; / terra che i vecchi contadini / definivano come frigida perché non si presta / ad essere lavorata e quindi le sono sempre rimasti / fuori con i loro attrezzi. Ma la contempo rispettandola). // E loro due forse ora lo stanno maledicendo, quel palù, / e lui intanto si affaccenda a recuperare un po’ / di ramaglie e di fogliame da adagiare sopra / quei solchi freschi, e lei, nel seguirlo, / calpesta il preservativo che aveva / buttato via un attimo prima di avviare l’auto // quel rivolo di sperma che luccica, un istante, / nel suolo dove mai uomo sparse alcun seme.


[1] “’Ndar much”, nel mio dialetto”mul”: scapolo. Modo di dire che esprime una metafora sessuale; questa espressione popolare, arcaica, del Quartier del Piave significa impotenza sessuale, mancanza di forza virile, incapacità di penetrazione, di compiere un atto sessuale e quindi, di conseguenza, di fecondare. La terra dei Palù, per le sue particolarità chimico-fisiche: cretosa, impermeabile, viene paragonata ad un essere femminile, perpetuando l’antico mito della terra madre, in questo caso con le connotazioni negative della sterilità. (c.f.r. da “PALU’” di Nadia Breda, Cierre Edizioni / Canova, 2001).

[2] “Inpreste” qui sono intese sia come gli attrezzi del mestiere, in questo caso del contadino; e sia nel suo significato popolare, volgare, che designa gli organi sessuali e quindi riproduttivi: dalle mie parti ancora adesso, di una coppia che debba correre ai ripari per una gravidanza non preventivata si usa dire: “i à vussùo scherzhàr co ‘e inpreste da piss”:/ hanno giocato con gli (attrezzi) organi urinari.

mercoledì 7 dicembre 2011

The truth belongs to poetry. Considerazioni completamente a vanvera sulla poesia. di andrea zanchetta.

The truth belongs to poetry.

La verità appartiene alla poesia. Le mie considerazioni partono da
qui. Il verbo è sbagliato in italiano, perché appartenere non è
esatto. Anche attenere non è corretto. Quello più preciso è “belong
to”. Per amplificare le mie considerazioni, devo usare una parola
straniera. Non è detto che io la stia usando correttamente. La
costruzione grammaticale della frase nel titolo, potrebbe essere
sbagliata, ma nella mia testa è giusta. La verità appartiene alla
poesia. La poesia appartiene al poeta. Verità. Poesia. Poeta. Le frasi
precedenti non sono un sillogismo. La verità pertanto non appartiene
al poeta. Io credo si debba parlare di verità/poesia e di poesia/poeta
evitando di accoppiarle in modo sbagliato. La certezza che quello che
sto scrivendo sia esatto deriva solo dalla mia enorme presunzione.
L'opera dei poeti non è di testimonianza. Testimoniare è un verbo
collegato al tempo. La necessità di un prima ed un dopo costringerebbe
il poeta ad aspettare per potersi esprimere. Oppure costringerebbe il
poeta ad essere un profeta. Nulla di ciò è esatto. Il poeta non si
agita per “sbrigliarsi” dal tempo. La ricerca della parola esatta è
fondamento dell'azione del poeta. Ci va il tempo che ci va. La poesia
non è immagine. Come potrebbe essere interessante la ricerca delle
parole per descrivere quello che c'è già? La poesia possiede la
verità, senza custodirla. Nelle parole del poeta la verità si assorbe,
senza che il poeta ne sia l'artefice. Ci si ficca dentro come
l'umidità. Se la strizzi, la poesia si attorciglia e perde la forma.
Ed ammesso che tu riesca a strizzarla perderai sempre qualche goccia
di verità. È inevitabile. Tutto questo crea la poesia e come si vede
la poesia è creata con nulla. Pertanto la magia sta nel fatto che
conoscendo un poeta possiamo leggere la sua poesia, accorgendoci della
verità. Una grande fortuna. Per pochi.

andrea zanchetta